La lettera degli scienziati sul clima, parte prima: la scienza e la tecnologia migliori

Chiarito nel primo articolo (disponibile qui) che nessuno scienziato nega che sia in atto un cambiamento climatico, continuiamo ad analizzare la lettera.

Notiamo che questa è indirizzata alle massime cariche della Repubblica ma, per ragioni che vedremo più avanti, è estensibile anche ad altre autorità politiche ed amministrative. Sono infatti i presidenti delle Regioni, il Governo ed i singoli ministeri che, con un’azione politica ed amministrativa fondata su programmi elaborati in funzione delle conoscenze tecniche e scientifiche disponibili, dovrebbero agire per la riduzione degli impatti umani sull’ambiente, con particolare riguardo al clima.

Questo, da diverso tempo, non avviene e le decisioni più sensate sono nella migliori delle ipotesi rimandate e nella peggiore accantonate, per ragioni probabilmente legate alla ricerca del consenso elettorale.

“I sottoscritti, cittadini e uomini di scienza, rivolgono un caloroso invito ai responsabili politici affinché siano adottate politiche di protezione dell’ambiente coerenti con le conoscenze scientifiche. In particolare, è urgente combattere l’inquinamento ove esso si presenti, secondo le indicazioni della scienza migliore. A tale proposito è deplorevole il ritardo con cui viene utilizzato il patrimonio di conoscenze messe a disposizione dal mondo della ricerca e destinate alla riduzione delle emissioni antropiche inquinanti diffusamente presenti nei sistemi ambientali sia continentali che marini”

Ho evidenziato in blu questo passaggio che evidenzia una preoccupazione giustificata in molti campi e rispetto alla quale, in questa sede, esporrò alcuni casi puramente esemplificativi.

Nel campo dei rifiuti ci sono offerte molte possibilità per la riduzione dell’inquinamento e dell’impronta del carbonio nella gestione dei rifiuti organici, se attuata correttamente, secondo i dettami della scienza e della tecnica migliore.

Soprattutto al centro-sud del Paese assistiamo ad un progressivo sviluppo delle raccolte differenziate dell’organico, secondo modalità che dovrebbero restituire materiali di buona qualità (il cosiddetto “porta a porta”), ma contemporaneamente registriamo una vergognosa carenza impiantistica di trattamento: gli ingenti quantitativi raccolti, pertanto, devono essere trasportati, su gomma, per moltissimi chilometri in impianti che solitamente sono situati nel nord Italia, con emissioni climalteranti e di polveri sottili che, come si intuirà, annullano velocemente gli eventuali benefici della stessa raccolta differenziata. Nel contempo, in alcuni territori sembra prendere sempre più piede la preferenza per il trattamento in impianti di compostaggio (con trattamenti aerobici) in luogo di quelli di digestione anaerobica, non sfruttando appunto tutte le conoscenze scientifiche e tecnologiche riguardo al corretto trattamento della frazione organica.

Nei secondi il rifiuto viene lasciato in difetto di ossigeno per far sì che il carbonio della sostanza organica possa reagire con l’idrogeno e formare il metano. Questo importantissimo gas dotato di elevato potere calorifico sarà però miscelato con altre sostanze, soprattutto anidride carbonica, e dovrà pertanto essere depurato in un successivo stadio del processo impiantistico per poter essere utilizzato nei mezzi di trasporto e per poter essere immesso nella rete. Alla fine del trattamento si otterrà il cosiddetto biometano, avente identica composizione chimica di quello fossile estratto dai giacimenti profondi, ma con una importante caratteristica ambientale: non ha effetti climalteranti una volta bruciato per produrre energia. Brevemente, il metano nella combustione produce energia, acqua ed anidride carbonica, noto gas climalterante formato da un atomo di carbonio e due di ossigeno. Ma l’anidride carbonica prodotta dal biometano contiene carbonio che proviene da scarti di cucina e da sfalci e potature cioè da sostanze che sono state sottratte al ciclo biologico solo qualche mese prima e non carbonio sepolto milioni di anni fa come quello del metano fossile. L’effetto climalterante dell’anidride carbonica è dovuto proprio al fatto che l’uomo, in un tempo piuttosto breve, ha immesso nell’atmosfera, con l’utilizzo degli idrocarburi fossili, tutto il carbonio che in milioni di anni era stato sottratto dal ciclo vitale e sepolto sotto chilometri di sedimenti. E questo invece non succede utilizzando il metano prodotto con il carbonio che è ancora presente nel ciclo biologico attuale. Una volta terminato il processo di estrazione del biogas dal rifiuto organico, rimane il cosiddetto “digestato” che, per la presenza di nutrienti utili alla vegetazione, potrà essere ulteriormente trattato, stavolta in presenza di ossigeno, per produrre compost, ovvero concime di origine naturale. Con gli impianti di digestione anaerobica, pertanto, si sfruttano al massimo le caratteristiche dei rifiuti organici: si produce metano, si recupera energia, si produce compost. Si attua, in questo modo, un modello perfetto di economia circolare (da I rifiuti al tempo dell’economia circolare, Riccardo Viselli – Streetlib, 2019).

Quello che stupisce è che spesso negli stessi orientamenti politici ed amministrativi, oltre che negli stessi comitati cittadini di opposizione a tutto, convivano posizioni tese a combattere il presunto global warming antropico e l’ostilità alla realizzazione di impianti di digestione anaerobica: questa bizzarra fattispecie può essere spiegata solo ammettendo ignoranza o malafede. Nel primo caso, basterebbe informarsi, come chiedono gli scienziati nell’incipit della loro lettera, mentre nel secondo caso non ci sono speranze.

Stesso discorso può essere esteso al trattamento delle frazioni non riciclabili, che residuano dalle attività di raccolta differenziata e che nella normativa sono individuate dalla sigla RUR (Rifiuto Urbano Residuo): è acclarato da scienza e tecnica che l’incenerimento con recupero energetico è l’unica strada praticabile per eliminare le discariche ed attuare l’economia circolare. Non si può invocare la scienza il lunedì perché dice cose che si vogliono sentire ed il martedì insultarla per le posizioni sul trattamento dei rifiuti.

Come testimoniano i rapporti ufficiali del ministero dell’ambiente, il contributo degli inceneritori alle emissioni in atmosfera è decisamente marginale e circa il 50% dell’energia prodotta è ascrivibile a fonti rinnovabili, cioè con effetto climalterante nullo: cito, a solo titolo di esempio, i casi dell’inceneritore di Acerra e dei festeggiamenti per l’inizio del nuovo millennio a Londra.

L’impianto campano è uno dei più grandi, moderni ed efficienti a livello europeo ed ha almeno parzialmente tamponato il problema rifiuti di quella regione (ne servirebbe almeno un altro per stare tranquilli e per smaltire le cosiddette ecoballe). Il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) ha condotto un accurato studio nell’area dell’impianto per confrontare le sue emissioni con quelle di altre fonti (industrie, traffico). Emerge che l’inceneritore è responsabile di appena lo 0,34% delle emissioni di ossidi di azoto e dello 0,07% delle emissioni di particolato (PM10), praticamente il suo contributo all’inquinamento è ininfluente. Eppure, ancora oggi, l’opposizione agli inceneritori è massima, a tutti i livelli, senza che vi sia mai una altrettanto levata di scudi contro la propria autovettura!

Stesso discorso per il caso di Londra: l’Agenzia ambientale britannica ha reso noto che i quindici minuti di fuochi artificiali a Londra nel corso delle celebrazioni del millennio hanno prodotto più diossina di quanta ne avrebbe sprigionata un impianto di incenerimento in oltre un secolo. Eppure, negli stessi centri urbani, negli stessi quartieri, convivono una massima opposizione agli inceneritori, ma guai a toccare i fuochi pirotecnici per il santo patrono (da I rifiuti al tempo dell’economia circolare, Riccardo Viselli – Streetlib, 2019).